13 Apr 2016

L’intelligenza Emotiva

I primi scienziati a studiare questo concetto sono stati Mayer e Salocay che nel 1990 hanno pubblicato un articolo intitolato “intelligenza Emotiva. Ecco la loro definizione:

“La capacità di controllare i sentimenti e le emozioni proprie ed altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni”.  L’articolo dimostra come l’IE può essere appresa e non è in assoluto una proprietà innata dell’individuo”

L’articolo rimase materiale per scienziati fin quando, un altro scienziato, Daniel Goleman non ha trasportato il concetto nella sfera lavorativa, sostenendo l’importanza dell’Intelligenza Emotiva (IE) anche oltre il Quoziente di intelligenza. In altre parole, in un contesto sociale come quello di un azienda, il QI da solo non riesce a predire il successo e la performance. Basta immaginare un manager abilissimo con questioni di matematica e logica che però non riesce a generare empatia con i sottoposti oppure non è capace di mostrare e leggere le emozioni. Per quanto ovvio questo possa sembrare, le aziende continuano a investire molto di più su training per le cosiddette hard skills e poco sulle soft skills. In molti casi lo sviluppo delle soft skills è affrontato insegnando profili psicologici, PNL, comportamenti in situazioni specifiche. Tutti approcci che non presuppongono un cambiamento interiore all’approccio.

Il lavoro di Goleman individua due ambiti dove opera l’IE, quello interpersonale e quello intrapersonale. In altre parole prende in considerazione la sfera dei rapporti tra noi e gli altri ma anche il rapporto con noi stessi.

Sfera Intrapersonale

  • Consapevolezza: conoscenza del proprio stato interiore in un dato momento, emozioni, pensieri, desideri e intuizioni.
  • Autoregolazione: Gestione degli impulsi e, reazioni e delle risorse interiori.
  • Motivazione: Tendenze emozionali che guidano o facilitano il raggiungimento di obiettivi

Sfera Interpersonale

  • Empatia: consapevolezza delle emozioni e dei bisogni altrui.
  • Attitudine sociale (Social Skills): Capacità a indurre reazioni positive e desiderate in altri

Quando l’IE è applicata nell’ambiente di lavoro porta diversi benefici tra cui:

Performance migliore

Questo potrebbe essere ovvio per professioni di relazione o commerciali in quanto l’empatia con il cliente e l’ascolto sono fattori chiave. Le ricerche fatte in questo ambito mostrano miglioramenti anche in ambiti dove le uniche relazioni sono quelle tra colleghi. In particolare si regista miglioramento in:

  • Motivazione ai risultati
  • Capacità di influenzare
  • Pensiero concettuale
  • Pensiero analitico
  • Iniziativa ed entusiasmo ad accogliere nuove sfide
  • Maggiore autostima

Leadership

Secondo Kevin Kruse autore di “Employee Engagement 2.0” la leadership è un processo di influenza sociale che massimizza gli sforzi altrui verso il raggiungimento di un obiettivo. È evidente che status sociale, posizione nella gerarchia aziendale e capacità intellettive sono solo fattori marginali a una forte propensione agli altri. Il luogo più comune dove la leadership fonda un intero sistema è l’esercito. Paradossalmente anche in questo ambito, le attitudini soft come la positività, l’amorevolezza, il sorriso e l’empatia sono tratti determinanti dei migliori leader.  Ciò non significa che si va amorevolmente in guerra con gentilezza ma che i soldati percepiscono l’umanità dei propri leader e per questo si fidano e sono pronti a condividere i loro obiettivi anche nelle condizioni più pericolose.

Capacità di creare le condizioni per sviluppare la felicità

Numerosi studi mostrano che ogni essere umano nasce con un livello base di felicità. Questo livello è alterato sia positivamente sia negativamente da cause esteriori per un periodo limitato di tempo fino a riassestarsi sul livello di partenza. L’acquisto di un’auto nuova, una promozione e persino il matrimonio portano a un picco di felicità che in qualche tempo torna al livello di partenza.  L’IE aiuta a osservare e comprendere il movimento di pensieri ed emozioni sia al livello base sia durante i picchi. Questo porta a vedere con maggiore nitidezza le qualità del nostro livello base, dando meno importanza ai picchi e portando più attenzione alle condizioni che influenzano il livello base. Ad esempio ci si potrebbe accorgere che quando non succede nulla di positivo o negativo una persona si possa considerare annoiata e infelice mentre un’altra  si potrebbe sentire in perfetta armonia senza preoccupazioni. Si tratta di due punti di vista differenti che lo sviluppo di una maggiore IE può aiutare a sviluppare.

Nella nostra società è piuttosto comune credere che la felicità sia quella sensazione che si prova nei picchi. Questo non solo è scientificamente errato ma anche una ricetta sicura per l’infelicità in quanto le condizioni dei picchi sono per natura impermanenti e transitorie. Per quanto ovvio questo possa sembrare la maggior parte di noi vive con l’aspettativa dei picchi o si sforza per il raggiungimento di un picco, poi un altro e un altro ancora senza mai raggiungere un livello stabile e sostenibile di felicità. Anche il grande pensatore Emmanuel Kant definiva le felicità come il susseguirsi di eventi positivi. Altri definiscono la felicità come lo stato naturale a cui accede una mente calma e libera da pensieri ed emozioni. L’IE tende a sviluppare quello stato o quantomeno a capirne le dinamiche.

Sviluppare comportamenti virtuosi

Non è utile, e neppure sostenibile, imparare comportamenti socialmente utili come sorridere, applicare le buone maniere o come stringere la mano per trasmettere fiducia se alla base non c’è l’onestà delle intenzioni e una coerenza con le proprie emozioni. L’approccio è diverso e si focalizza principalmente sull’espandere l’ampiezza e la profondità delle proprie capacità emozionali. In altre parole impariamo a riconoscere come agiscono emozioni e pensieri fino a vedere nitidamente il loro manifestarsi.  Con la pratica si impara a vedere il legame tra l’emozione o il pensiero e la nostra reazione fino a riuscire a inserire uno spazio dove decidere quale reazione mettere in atto. In questo modo si toglie il pilota automatico e si sceglie consapevolmente come meglio agire in quella situazione. Dunque se una persona manifesta difficoltà a gestire la rabbia nelle relazioni con i colleghi, non si tratta di sviluppare un pacchetto di espedienti per non essere rabbioso (di fatto per sopprimere la rabbia), al contrario andremo ad osservare in quale modo sorge quella rabbia, che avvertimenti da al nostro corpo e come naturalmente reagiamo. il risultato è un maggior livello di autoconoscenza che impatta sulla gestione della rabbia alla sua radice e non solo al caso specifico della rabbia tra colleghi. Si tratta di un approccio che mira alla radice del problema e non a sopprimerne gli effetti. Non si tratta di un approccio psicanalitico in quanto non va ad agire sul vissuto della persona ma sul sorgere dell’emozione senza andare a lavorare sul perché sorge quell’emozione.

Stiamo parlando di insegnare alla mente a gestire la reazione a un emozione. La splendida notizia è che ciò a cui prestiamo attenzione crea un’abitudine nel cervello. Si chiama neuro-plasticità, in poche parole significa che il cervello si adatta ad ottimizzare quegli schemi di pensiero che mettiamo abitualmente in atto. Dunque più facciamo pratica ad osservare la rabbia e scegliere di non reagire, più questo comportamento diverrà naturale. Al contrario più ci arrovelliamo in schemi di stress, rabbia e frustrazione e più la nostra mente siu abituerà a privilegiare quegli schemi.

Lavorare sull’attenzione

L’abilità ad essere attenti a ciò che si manifesta è il fondamento per sviluppare IE. L’attenzione si pratica utilizzando la Mindfulness  ovvero sviluppando la capacità di essere attenti al momento presente in uno stato di osservazione senza giudizio. Questa pratica ci abitua a non essere travolti dalle emozioni e dalle reazioni inserendo uno spazio in cui riuscire lucidamente a decidere quale reazione mettere in campo. Immaginate una riunione di lavoro dove un collega ci attacca apertamente. La reazione istintiva potrebbe essere quella del contro attacco che porterebbe a rovinare la riunione. Se si impara a osservare con attenzione  il sorgere delle sensazioni associate a quell’attacco, la rabbia ad esempio, possiamo intercettare l’insorgere della reazione istintiva ben prima che si manifesti in un contro attacco vero e proprio. Potremmo persino scegliere di sminuire con una battuta, oppure di reagire a riunione terminata o altro. Essere emotivamente intelligenti con le nostre emozioni e quelle altrui passa per un serio allenamento all’attenzione non giudicante di ciò che è in un dato momento. Questa è mindfulness e per praticarla possiamo utilizzare antiche tecniche di meditazione. Non si tratta di un percorso religioso, la meditazione in questo approccio viene utilizzata come utile strumento per sviluppare attenzione.

Sembra tutto così semplice! E questa è paradossalmente la vera difficoltà. Vedremo in seguito come tecnicamente e intuitivamente la pratica è davvero semplice. La difficoltà si nasconde nella costanza e nell’assenza di aspettativa. Due elementi essenziali ma non comuni nella società odierna dove il tempo scarseggia e ci si aspetta un ritorno immediato da tutto.

La ricerca ha mostrato che nel cervello di meditanti esperti si registra un livello inferiore di attivazione dell’amigdala. L’amigdala è una ghiandola che rilascia gli ormoni dello stress appena percepisce un pericolo. In questo modo stimola una delle reazioni al pericolo ovvero la  fuga, il combattimento o il congelamento. Questo va benissimo quando il pericolo è reale come un elefante che ci carica. Molto meno utile se il pericolo è rappresentato da un collega che ci insulta o ancora meno da un pensiero negativo su noi stessi (devo parlare in pubblico domani, farò un disastro). Con l’approfondimento della mindfulness siamo in grado di regolare la reazione dell’amigdala, lasciar che agisca nel caso dell’elefante e frenare il proliferare di reazioni negative quando ci sgrida un collega.

Lavorare sul fisico

Il luogo migliore per osservare il sopraggiungere e il manifestarsi di un emozione, è il nostro corpo. È nel corpo che le emozioni si manifestano più vividamente e con una grande quantità di dettagli e avvertimenti.  Una volta sviluppato un buon livello di attenzione , utilizzeremo quell’attenzione proprio  verso il corpo per mappare il nostro stato emotivo in questo momento, capiremo se ci sono emozioni latenti o altre che stanno per insorgere.

In due parole

L’approccio allo sviluppo dell’intelligenza emotiva si basa sulla mindfulness. La mindfulness viene utilizzata per coltivare un atteggiamento attento a pensieri ed emozioni chiaro e stabile. Questa attenzione viene rivolta al corpo per percepire il manifestarsi delle emozioni in maniera cristallina. Questa è la base dell’IE dalla quale iniziare a coltivare atteggiamenti virtuosi.

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