13 Apr 2016

La Mindfulness nel Coaching

Nel presentare la filosofia che rappresenta la base al coaching umanistico, Luca Stanchieri fa riferimento a tre aspetti fondamentali che sostengono il coach:

  1. La concezione filosofica dell’essere umano
  2. La tecnica e i metodi
  3. Lo sviluppo personale del coach

Il coach è un formidabile allenatore, compagno di viaggio e di scoperta delle risorse che il cliente utilizza per auto realizzarsi e sbocciare in piena sintonia con il suo essere più profondo. L’umanesimo filosofico di Hadot e Focault e la visione umanistica della psicologia di Maslow ci indirizzano verso una visione dello sviluppo del potenziale umano come una presa di coscienza responsabile, una realizzazione che dirada le nebbie sulla meta e prepara le condizioni per un percorso di consapevolezza e allenamento che il Coach ispira e accompagna. Ispirare un cliente non è il lavoro di un abile attore o di un abile professionista che ha imparato concetti e tecniche, al contrario significa irradiare fiducia nel processo, argomentare con saggezza e illuminare il percorso con la luce che proviene dalla profondità della propria anima. Il coach ha profonda fiducia che il cliente può trovare la propria strada perché lui stesso ha camminato quel percorso ed ha conosciuto sulla propria pelle la sensazione di armonia con le proprie spinte autorealizzative, ciò che chiamiamo pienezza, eudemonia, felicità…

Vediamo perché La Mindfulness può essere un valido aiuto in primis per il coach ma, in seguito, anche per il cliente poiché arricchisce la “cassetta degli attrezzi” a disposizione del coach.

Dunque cosa è la Mindfulness?

La Mindfulness è stata formalizzata in occidente come strumento per allenare la consapevolezza nel momento presente attraverso un atteggiamento non giudicante. Nasce in contemporanea con il, sorgere della Psicologia Umanistica-esistenziale e più di recente con lo sviluppo della Psicologia Positiva. Il padre fondatore è lo psicologo Jon Kabat Zinn che per primo l’ha formalizzata in un protocollo terapeutico.

Nell’ultimo decennio la diffusione della Mindfulness è cresciuta esponenzialmente per due motivi principali.

  1. Ha prodotto numerosi filoni di ricerca scientifica nell’area di psicologia e neuroscienze che sono in grado di misurarne gli effetti.
  2. È stata (forse eccessivamente) popolarizzata per la sua capacità intrinseca di riduzione dello stress. (In realtà la riduzione dello stress è uno degli effetti collaterali della pratica, non l’elemento centrale).

È importante precisare che si tratta di una pratica del tutto laica che non ha nulla a che vedere con misticismo e trascendenza. Questa chiarificazione è necessaria perché la Mindfulness trae ispirazione dalla meditazione orientale, in particolare quella Buddhista tibetana e Zen. Nell’applicazione occidentale viene proposta come formidabile strumento di investigazione dei processi mentali, pensieri, emozioni e sensazioni che pervadono la nostra mente. Permette una visione ad “alta risoluzione” di tutti questi processi e risulta in aumentata chiarezza mentale, maggiore consapevolezza di se e , come effetto collaterale, la riduzione dello stress.

Perché la Mindfulness è utile nel lavoro del coach?

Una buona pratica di Mindfulness crea le condizioni per una spiccata consapevolezza, una condizione mentale di chiarezza, presenza piena e contatto diretto con l’esperienza, cioè con cosa accade nel qui ed ora, nel corpo e nella mente, in relazione a sé e in relazione all’altro da sé (relazione coach-coachee). Questa consapevolezza ha un potere di cambiamento, che opera attraverso i processi dell’accettazione e della disidentificazione, realizzando un mutamento che emerge in modo naturale dal lasciar essere e dalla profonda comprensione della realtà così come essa è.

Si caratterizza come un processo centrato sull’ascolto empatico e sul completo rispetto della soggettività dell’esperienza al fine di promuovere lo sviluppo di una matura ed autentica capacità di relazionarsi con se stessi e con l’altro da sé.

L’atteggiamento centrale è fondato sull’accoglienza, l’empatia, il rispetto (non giudizio), l’apertura mentale, l’attenzione alle risorse e alle specificità della persona.

Queste sono le qualità, utili al coach, che si possono allenare con la Mindfulness:

  • Non giudizio
  • Ascolto attivo
  • Empatia
  • Accoglienza
  • Chiarezza mentale
  • Resilienza
  • Creatività
  • Intelligenza Emotiva
  • Concentrazione
  • Presenza

Gli Atteggiamenti Relazionali che sostiene la Mindfulness

L’atteggiamento è la particolare disposizione del coach nel relazionarsi all’altro con l’intento professionale di essere d’aiuto, è la base per costruire il complesso sistema di tecniche che completano un approccio di coaching di successo  Questo atteggiamento è costituito dalla possibilità di essere nella relazione in modo empatico, vigile, con un’intima qualità di presenza consapevole e aperta verso il processo organismico totale proprio e dell’altro.

Questa disposizione d’animo costituisce il nucleo centrale, il fulcro portante dell’intervento di coaching; è la forza di coesione che da forma:

  1. Alla posizione relazionale fondamentale nell’incontro con l’altro (oltre che con se stessi)
  2. Agli interventi tecnici, alla scelta delle strategie e modalità operative.

L’atteggiamento del coach umanistico occupa una metaposizione rispetto alla teoria e rispetto alla tecnica: comprende sia le idee e gli assunti fondamentali dell’approccio utilizzato, sia la particolare disposizione umana nell’aiutare l’altro. Tra gli autori che hanno descritto il ruolo dell’atteggiamento spicca Carl Rogers che parla di un vero e proprio “modo di essere” nella relazione d’aiuto ( Rogers C, 1983) e Claudio Naranjo (Naranjo C, 1991) che sottolinea l’importanza fondamentale del processo di maturazione di questo modo d’essere, che può essere realizzato nel percorso formativo soltanto attraverso l’esperienza personale e diretta in quanto la sola conoscenza teorica non ne garantisce l’effettiva assimilazione profonda.

Il coaching umanistico considera fondamentale l’apprendimento e lo sviluppo di atteggiamenti adeguati che danno forza e autenticità agli interventi “tecnici”.

Questo è un tratto caratteristico del nostro approccio, si tratta in sostanza di “disposizione d’animo” e “l’essere in relazione” come fattori da cui derivano le tecniche e le metodologie: queste sono al servizio dell’essere con l’altro, ne rafforzano l’impatto, facilitano il processo del coaching ma non possono essere considerate l’essenza del metodo. Questa considerazione è vitale, poiché è sempre più predominante la tendenza dei diversi modelli del coaching e delle terapie più fantasiose di accentuare il tecnicismo ed il saper fare a discapito di una più profonda capacità di saper essere ed inter-essere.

In sintesi l’assunto principale di questo modo di intendere la relazione è ben sintetizzato dalle parole di Rogers che descrivono in modo emblematico questo approccio:

“… quando sono più vicino al mio Sé inferiore ed intuitivo, quando sono in qualche modo in contatto con l’ignoto in me, quando sono forse in uno stato di coscienza lievemente alterata, allora tutto ciò che faccio sembra possedere un’intima qualità curativa. Allora la mia semplice presenza è liberante ed utile per l’altro.” (Rogers C, 1983).

Vediamo ora otto diversi atteggiamenti e stati mentali che concorrono a definire la disposizione relazionale del coach umanistico. In generale questi rientrano in tre fondamentali principi a cui sempre riferirsi:

  1. l’attenzione alla relazione umana autentica e vitale;
  2. l’attenzione al processo esperienziale e al suo “dispiegarsi nella sessione”;
  3. la concezione del coaching come processo evolutivo e creativo

Empatia, ovvero il processo interpersonale dell’essere in grado di immedesimarsi nella complessità dell’esperienza dell’altro, limitando i propri meccanismi giudicanti ed interpretativi per partecipare direttamente e visceralmente al vissuto soggettivo della persona e coglierne in tal modo significati e valori.

L’accettazione positiva incondizionata: è una fondamentale apertura verso l’esperienza dell’altro, che non viene giudicata né analizzata ma semplicemente facilitata. Questo atteggiamento è collegato al paradosso del cambiamento: quando una persona viene accolta ed accettata in tutta la sua complessità allora il cambiamento può aver luogo in modo naturale, come sostanziale accettazione e cura del sé.

L’autenticità: il coach nella relazione non adotta nessun atteggiamento se non quello della congruenza e genuinità, che implica la consapevolezza dei propri sentimenti, delle emozioni e dei costrutti mentali e del modo in cui questi vengono espressi nella relazione. Il coach è se stesso nella relazione con l’altro, non nascondendosi dietro le barriere del ruolo professionale e dell’intellettualizzazione. E’ se stesso nella relazione, consapevole certamente delle possibilità e limitazioni che comporta l’essere in un ruolo d’aiuto.

L’attenzione al presente:  La focalizzazione sui microprocessi della consapevolezza: il “come” del nostro vissuto nel qui e ora e del suo dispiegarsi all’interno della relazione. Il coach è centrato sulla relazione nel presente, su come il cliente sperimenta se stesso, il proprio mondo interno mentre si relaziona con l’altro; l’elaborazione cognitiva è successiva alla presa di contatto con il proprio universo emozionale, con la complessità del vissuto personale in quanto secondo il modello esperienziale i costrutti ed il significato si elaborano a partire dall’esperienza.

La semplicità/immediatezza: Il coach non si preoccupa di elaborare complicate teorie e astrazioni, ma si rivolge nella relazione con un linguaggio essenziale, il linguaggio del qui e ora, dell’immediatezza del vissuto nel presente della relazione. Questa “semplicità” è una scelta precisa, per mantenere l’ambito delle teorizzazioni al di fuori del setting. La vitalità e l’umanità si esprime nel rapporto. E ‘ in questo modo che l’empatia, l’accettazione, l’ascolto e il lavoro sulla espansione della consapevolezza possono aver luogo.

L’utilizzo di se stessi come strumento del coaching: ci si riferisce al disvelamento deliberato della propria persona in un coinvolgimento autentico e assieme consapevole e selettivo (nel senso che io coach sono qui con te, “risuono” dell’esperienza dell’incontro e la mente elabora le informazioni riguardanti questa esperienza; il comunicare questo mio mondo interno, cosa sento cosa immagino, penso qui e ora, ed integrarlo con la parte del processo del feedback che è parte fondamentale per l’apprendimento esperienziale del cliente.

La continua attenzione alle risorse: il coach non si limita a vedere il deficit, la patologia ma si preoccupa di verificare quali sono le risorse disponibili (ad es. la capacità di consapevolezza, l’autosostegno e l’autostima, ma anche la creatività nel risolvere i problemi oppure la rete sociale). In altri termini il coach si focalizza sulle potenzialità e su quanto funziona in modo maturo ed evoluto all’interno della personalità. E’ centrato quindi più sulla salutogenesi  che non sulla patogenesi. Un ‘aspetto importante di questo modo di vedere è l’atteggiamento interiore è di considerare ogni esperienza e situazione ( dalle più piacevoli a quelle più frustranti) come fonte di apprendimento e come risorsa per l’evoluzione personale e transpersonale.

L’atteggiamento della fiducia: Si riferisce sia all’atteggiamento di valutazione positiva e di valorizzazione delle risorse della persona, sia alla fiducia nella forza vitale (tendenza attualizante), nelle possibilità di crescita e di autorealizzazione. Nell’approccio umanistico l’individuo evolve grazie alle condizioni “necessarie e sufficienti” così come un seme è in grado di germogliare e di diventare una pianta robusta se si trova in determinate condizioni come il clima, un buon terreno fertile etc.

Questi 8 atteggiamenti sono allenabili con la pratica di Mindfulnes, si manifestano nella relazione di coaching e caratterizzano in modo determinante una modalità relazionale generale che è lo “sguardo” intriso di fiducia con cui il coach osserva il cliente non per indagare, capire e analizzare, ma per accompagnare senza giudizio verso l’attivazione delle risorse naturali che permettono la realizzazione e la crescita della persona. .

Riassumendo, l’atteggiamento del coach è quello di un ascoltatore partecipe, empatico, nella piena accettazione del cliente e nella fiducia nel processo relazionale. Un ascoltatore che non cerca di interpretare e analizzare, ma di essere presente e di favorire il senso di presenza nel cliente e l’attivazione delle risorse necessarie al cambiamento e alla soluzione dei conflitti. Tutto questo in una relazione da persona a persona, paritaria nel senso che il coach, pur mantenendo il ruolo di professionista, si relaziona con il cliente alla pari, senza atteggiarsi in un ruolo di superiorità. La Mindfulness è un valido strumento per coltivare questa attitudine.

Benefici per il cliente e le potenzialità che la Mindfulness sostiene

Come abbiamo ampiamente discusso, Il cliente trae gran parte dei benefici dal clima che il coach è in grado di instaurare e da una relazione coach-coachee più autentica. Ad ogni modo la Mindfulness può anche essere utilizzata come strumento diretto con cui equipaggiare il cliente per allenare alcune qualità utili alla sua capacità introspettiva e di osservazione delle proprie dinamiche nel qui e ora come ad esempio:

  • Chiarezza mentale
  • Gestione dello Stress
  • Resilienza
  • Riconoscimento delle emozioni
  • Intelligenza Emotiva
  • Calma
  • Concentrazione
  • Presenza

La pratica di Mindfulness sostanzialmente insegna al nostro cliente ad inserire un elemento di decisione tra un evento e la reazione che il cliente scatena verso di esso (Rasmus Hougaard, 2016). Questo è spesso un processo inconsapevole che il cliente compie sulla base delle proprie convinzioni e guidato dai pensieri e dalle emozioni che si scatenano in quel momento. Un percorso di Mindfulness permette di familiarizzare con il sorgere e il dissolversi di pensieri ed emozioni, in maniera non giudicante e senza necessariamente esserne coinvolti. Ecco, ad esempio, che una reazione di rabbia viene riconosciuta dal cliente in anticipo prima di scatenare la solita reazione immediata. Lo stesso vale nello sviluppare qualità di ascolto empatico utili alla costruzione di relazioni più profonde e alla leadership. Come scrive Daniel Goleman nei suo classici “Intelligenza Emotiva” e “emozioni distruttive”, la Mindfulness ci rende più consapevoli delle nostre reazioni e della dominanza delle emozioni negative. Questo risulta in un aumentata capacità a relazionarsi credibilmente con gli altri.

Forse il beneficio più conosciuto e più facile da allenare per il cliente è un aumentato stato di rilassatezza sia mentale sia corporea. Si tratta di riduzione dello stress percepito che emerge quasi immediatamente anche dopo una sola sessione di Mindfulness.

Il coach formato alla Mindfulness è in grado di donare al cliente una tecnica semplice ma che necessita costanza e disciplina nella sua applicazione. È un processo simile all’allenamento in palestra dove in coach veste i panni del preparatore atletico che spiega un esercizio e si assicura che questo venga eseguito con qualità, costanza e disciplina. Come coach possiamo lasciare un utile strumento per la gestione immediata dello stress e un piano di allenamento per aiutare il sorgere delle qualità elencate in precedenza. Le sessioni di coaching si adattano molto bene a questo stile di allenamento in quanto sono regolari e permettono monitorare i progressi del cliente ed aiutarlo nelle sue difficoltà. Allo stesso tempo il coach trae beneficio da un cliente con un livello di consapevolezza aumentato, capace di “sentirsi”, scendere in profondità e captare con maggiore chiarezza i segnali emotivi, cognitivi e fisici che il corpo gli invia.

Tra le 6 virtù (e le 24 potenzialità espresse o inespresse) alla base del modello di coaching umanistico, 4 sono direttamente sostenute da una buona pratica di Mindfulness:

  • La Saggezza
  • L’Umanità
  • La Temperanza
  • La Trascendenza

Dunque nell’allenamento delle potenzialità il cliente ha a disposizione un ulteriore strumento per allenarle e farle emergere.

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